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Azzurra Agostini: “Adalinda”

Adalinda, l’ultima di sei figli, ha da poco compiuto 89 anni. La memoria inizia a cedere, si vergogna un po’ a raccontarsi, ha paura di non essere all’altezza. Ma quando parte con la sua chiacchiera, non smette più. Ed è proprio così che ci piace.
Il padre, originario di Fucecchio, venne invitato da un “forestiero” a trasferirsi per lavoro a Perolla nella sua tenuta. In Maremma la vita ruotava intorno alla piantagione del tabacco, che vedeva occupate specialmente le donne, e la falegnameria, dove il padre portava anche i due figli, ai quali insegnò presto a usare la pialla, per modellare il legno, il succhiello, per aspirare i trucioli e la sega. La coltivazione richiedeva molto tempo e riguardava varie fasi: prima, con l’aiuto di qualche uomo, si facevano dei solchi, dove successivamente veniva seminato il tabacco per file, poi, una volta cresciuta la pianta, si procedeva alla “sterpatura” e alla cernita, durante la quale venivano separate le foglie migliori da quelle peggiori. Si raggruppavano le foglie già divise e si passava all’essiccamento, che avveniva nel capannone, su delle travi, dove venivano appoggiate. Dopo le foglie secche venivano divise in base all’utilizzo, dai sigari al tabacco trinciato per la pipa, dalle sigarette al tabacco da masticare. In seguito alla lavorazione, le piante venivano tolte e successivamente riseminate e annaffiate.
Mentre le donne erano impegnate nelle piantagioni, gli uomini guidavano il trattore e si preoccupavano delle bestie. Al di là della vita lavorativa, in famiglia, con la madre casalinga, imparò fin da bambina, a fare i lavori di casa e a contribuire con il suo aiuto. Aiutava la madre a fare il pane, passandole gli ingredienti da dentro la madia, a lavare i panni nelle conche e al lavatoio pubblico, a pulire in casa con la scopa di saggina e un cencino e la imitava quando cuciva, tanto da diventare un’abile sartina, in grado di creare splendidi capolavori da semplici immagini.
Mani di fata deve la sua fortuna a quell’epoca! Della sua famiglia si ricorda specialmente del periodo invernale e delle dispute tra fratelli per aggiudicarsi il posto più caldo davanti al fuoco, quando si riunivano più famiglie a giocare a carte e quando, insieme ai fratelli, usciva dopo cena all’insaputa del padre.
Ebbe la possibilità di andare a scuola fino alla quinta elementare, “Mi piaceva tanto studiare, ero la più brava, vincevo sempre il primo premio” dice soddisfatta. Non ha potuto continuare gli studi, perché non c’erano mezzi che legavano Perolla a Massa Marittima e perché aveva una famiglia numerosa.
Il tempo passava, i fratelli e le sorelle più grandi cominciavano a pensare alla famiglia e si trasferirono piano piano tutti. Lei, con il suo spirito indipendente, ma allo stesso tempo consapevole, andò a prestare servizio presso dei signori di Roma. Dopo intraprese la via della sarta e si mise in proprio, provvedendo a sé e ai suoi genitori.
Quando morirono entrambi, non volle sposarsi, preferì rimanere sola, convinta che “La vita va vissuta sempre, non messa da parte e ricordarsene dopo”. Rimpiange la sua giovinezza, vorrebbe avere una macchina del tempo per riscoprire il calore del clima familiare o semplicemente fermarsi al giorno della caduta, che l’ha cambiata, così dice, ma lei non ha mai saputo i reali motivi.
Pochi anni fa diceva di non voler essere portate all’istituto Falusi, perché altrimenti “avrei incendiato tutto”, invece la troviamo lì, un po’ “sbiadita”, come si definisce, ma sicuramente con un passato che è la storia di due generazioni, forse troppo dimenticate.

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